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Il nove luglio, una domenica
dovevano essere le cinque del pomeriggio,
a Ciola, proprio in cima,
alla casa di Baròus,
ma di dietro, nell'ombra,
tra la siepe, che di là cala giù dritto
nel fondo di Lasagna, 
e il muro, che era tutta una verdura,
con un venticello che faceva ogni tanto 
un po' di tramestio fra le canne, 
a un tavolino giocavano a tressette
e tenevano i sassi sulle carte
perché non volassero via. 
E quando a quello di mano
gli è venuta la cricca di coppe
e tre tre senza danari, 
s'è gonfiato un po', ma zitto, non s'è fatto capire,
s'è accomodato sulla sedia,
poi è uscito con l'asso, e non diceva ancora niente,
ma dalla contentezza
ha dato una botta sul legno
che nei bicchieri il vino ha tremato tutto,
e la cicala sul ciliegio
ha taciuto di botto dalla paura.
L'aria allora è diventata così leggera
che sul crocicchio s'è sentito pigolare
il campanello arrugginito di una bicicletta,
e laggiù, ma lontano,
volare un aeroplano sopra il mare.

Tratto da: La Nàiva, Furistìr, Ciacri, di Raffaello Baldini, Giulio Einaudi Editore.
(Versione originale in dialetto romagnolo).



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