Comunque non è questo il modo
di fare, disse il commerciante all'uomo del pane,
domani sarà festa in questo
stupido paese, non per noi
che stiamo a lavorare.
L'uomo del pane fece finta di niente,
se ne andò tranquillamente, 
Aveva, tante, tante, tante cose da fare,
poi lui non ci poteva fare niente, niente.

La primavera insiste la mattina
dalla mia cucina vedo il mondo tondo,
sempre diverso, sempre ogni mattina,
sin dal giorno prima,
dal giorno prima
con in bocca un gusto amaro che fa
schifo chissà cosa è stato, quello che ho bevuto,
m'alzo dal letto e penso al mio povero,
fegato, fegato spappolato,
fegato, fegato, spappolato.

Dice mia madre devi andare dal dottore
a farti guardare, a farti visitare,
hai una faccia che fa schifo
guarda come sei ridotto,
mi sa tanto che finisci male.
La guardo negli occhi, con un sorriso strano,
eppure la vedo, forse ha ragione davvero.

Ma fuori c'è la festa del paese
vado a fare un giro,
non l'ho neanche detto,
che già mia madre mi corre dietro con il vestito nuovo
la fuga è veloce mi metto le scarpe che sono già in strada,
che bella giornata, non bado alla gente che guarda sconvolta,
ormai ci sono abituato, sono vaccinato,
sono controllato,
si pensa ormai addirittura in giro,
è chiaro che sono drogato.

La festa ha sempre il solito sapore,
il gusto di campane, non è neanche male,
c'è chi va a messa e c'è chi pensa di fumare
come aperitivo prima di mangiare.
Fini s'è alzato da poco, e non è ancora sveglio,
non è ancora sveglio, ed è talmente scazzato
che non riesce a parlare nemmeno.

La sera che arriva
non è mai diversa dalla sera prima
la gente che affoga nell'unica sala, la discoteca
ci vuol qualcosa per tenersi a galla sopra questa merda
sopra questa merda
e non m'importa se domani
mi dovrò svegliare con quel gusto in bocca, gusto in bocca,
gusto in bocca...
E poi c'è la versione live del 1984, molto rock e molto riuscita secondo me, io la ascoltavo sempre.
 
 
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Il nove luglio, una domenica
dovevano essere le cinque del pomeriggio,
a Ciola, proprio in cima,
alla casa di Baròus,
ma di dietro, nell'ombra,
tra la siepe, che di là cala giù dritto
nel fondo di Lasagna,
e il muro, che era tutta una verdura,
con un venticello che faceva ogni tanto
un po' di tramestio fra le canne,
a un tavolino giocavano a tressette
e tenevano i sassi sulle carte
perché non volassero via.
E quando a quello di mano
gli è venuta la cricca di coppe
e tre tre senza danari,
s'è gonfiato un po', ma zitto, non s'è fatto capire,
s'è accomodato sulla sedia,
poi è uscito con l'asso, e non diceva ancora niente,
ma dalla contentezza
ha dato una botta sul legno
che nei bicchieri il vino ha tremato tutto,
e la cicala sul ciliegio
ha taciuto di botto dalla paura.
L'aria allora è diventata così leggera
che sul crocicchio s'è sentito pigolare
il campanello arrugginito di una bicicletta,
e laggiù, ma lontano,
volare un aeroplano sopra il mare.

Tratto da: La Nàiva, Furistìr, Ciacri, di Raffaello Baldini, Giulio Einaudi Editore.
(Versione originale in dialetto romagnolo).
 
 
Una delle più belle poesie di Bukowski secondo me. Qui la versione in italiano recitata da Ben Gazzara:

Qui sotto invece la versione originale inglese letta da Bukowski stesso:
 
 
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                                                                        foto di iguana jo
1 gennaio 2010 (Libertà dal tempo)

Aggiungo alcune poesie di Shinkichi Takahashi. Che avevo questo nome scritto su un bigliettino da un sacco di mesi e mettendo ordine e facendo pulizia tra le mie cose e cartacce, che è stato il mio veglione di capodanno, l'ho ritrovato. Un ottimo capodanno, sono di ottimo umore e non sono nemmeno ubriaco. Mentre i botti fuori dalla finestra annunciavano la mezzanotte stavo cercando di capire come si fa a mettere i sottotitoli sui video di youtube. Il tempo comincia a lasciarmi indifferente. Soprattuto il catalogo temporale creato dagli umani. Anzi, peggio ancora da un Papa, Gregorio qualcosa, da cui il calendario gregoriano.

Takahashi, dadaista da giovane, anarchico poi, monaco poi, e poeta poi. Poi per modo dire. Libri: Triumph of the Sparrow, Grove Press, 2000. In italiano si trovano alcune sue poesia su una antologia della Newton Compton intitolata Poesie zen, 1983.

NUVOLA

Sono allegro, qualunque cosa accada,
uno sbuffo nel cielo –
che splendore, io sono là.


PESCE CRUDO E VERDURA

Prima che nascessi, mia madre triturò
il tempo con il coltello arrugginito –
soffice come la pioggia, granuloso come uova di merluzzo.
Quando ciò fu pronto, balzai fuori dal suo grembo.

Non avendo di meglio da fare, cerco
di rivivere quel primo abitacolo:
nessun estraneo, per quanto scalciassi
senza sfiorare nulla
nel buio – piccola cosa dentro una balena.

ascoltate, ère future:
il tempo è un ravanello bianco, sott’aceto,
che ingiallisce. Mio padre ripeteva
che l’aceto è pesce crudo e verdura.


ANATRA TRONFIA

L’anatra vive sempre,
alla giornata. Al risveglio, scopre
che ha dormito un bilione d’anni.

Proprio il centro
dell’universo, non ha bisogno
di occhi, orecchie, zampe.

Cosa servono a chi
conosce il suo mondo
stazioni satellitari?

Libertà dal tempo,
immutabile. L’anatra
non è astuta come il cane che si lancia
attraverso lo spazio, come un razzo.
Inoltre, essa
è stata già lì.

ROSPO

“Come salì sull’aereo
il rospo fu a Londra”: Sbagliato.
il rospo non conosce distanza,
tra il suo stomaco e quello dell’uomo,
tra se stesso e la ruota che schiaccia.
“Rattrappendosi completamente, non è in nessun luogo: Giusto.
Londra, Tokyo, appiattite da zampe di palmipedi
all’improvviso. Nello stagno – nessuna distanza o suono –
un corpo squamoso s’è ricoperto di margherite.

Traduzione di Adriana Ziffer Gallo.

 
 
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Ho deciso di riorganizzare la sezione "poesia" del sito, trasformandola in blog. Gli rifaccio un po' il trucco. Quei tre o quattro post già presenti nella pagina internet precedente li ricopio con sopra la data originale. E ci aggiungo un paio di foto..., per essere più carina.